SIDE-ISLE 2007 - Third Annual Conference
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Donatella Porrini

Il mito della "Tolleranza Zero" e la politicizzazione del controllo del crimine

Donatella Porrini
Università di Lecce

francesco centonze
università di lecce

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     Last modified: October 29, 2007

Abstract
L'83% degli italiani pensa che negli ultimi anni la criminalità sia aumentata; il 44% ritiene che la criminalità sia in crescita anche nella zona in cui risiede (Diamanti I., 2007). Circa il 30% dei cittadini ha concretamente paura di essere vittima di reati che offendano la sua incolumità individuale o i suoi beni (Ministero degli Interni, 2006, p. 35). Un diffuso senso di insicurezza pervade dunque i cittadini italiani accompagnata dalla sfiducia nella capacità della giustizia penale di contrastare fenomeni di illegalità diffusa: la società italiana, pur in presenza di una costante diminuzione dal 1990 dei tassi di criminalità (soprattutto per quanto riguarda furti in abitazione, furti d'auto e scippi), percepisce oggi come crescente la minaccia della delinquenza e, reagendo con angoscia, ansia, rabbia, risentimento, chiede al governo maggiore sicurezza e protezione. La difesa dei cittadini ha finito quindi per rappresentare, anche Italia, il tema dominante della politica criminale e la stessa questione del controllo della criminalità è ormai divenuta decisiva nell'agone politico-mediatico: la lotta contro la delinquenza si è "politicizzata" e ogni provvedimento sembra adottato al fine di acquisire immediato consenso politico-elettorale, a prescindere dalla effettiva funzionalità degli strumenti indicati (tra i tanti, Garland D., 2003). Si spiega così perché anche nel nostro Paese la lotta alla criminalità (e in particolare a quella più visibile ai cittadini) venga ciclicamente elevata a obbiettivo prioritario del governo, contando sugli effetti anestetici, di rassicurazione dell'inquietudine sociale, insiti nella (minaccia della) applicazione della sanzione penale. Non è allora un caso che, ancora recentemente, un folto gruppo di politici, studiosi e opinionisti abbia suggerito, per tamponare il panico sociale da criminalità, di emulare la strategia della c.d. "tolleranza zero" messa in atto, negli anni Novanta, dall'allora sindaco di New York Rudolf Giuliani (tra gli altri, Dominici, 2007). Questa esperienza dimostrerebbe, secondo tale corrente di pensiero, che la riduzione dei crimini più dannosi si otterrebbe intensificando la repressione penale di una serie di fenomeni di microcriminalità o semplicemente di disordine e di degrado che caratterizzano le nostre città: sarebbe necessaria, con lo strumento del diritto penale, «una lotta all'illegalità a 360 gradi, così come fece Rudolph Giuliani, da sindaco di New York. Combattere la piccola illegalità è propedeutico e a volte strumentale a combattere la grande» (Amato, 2007). Questo contributo si propone allora di ripercorrere le politiche criminali della c.d. «tolleranza zero» adottate nel sistema statunitense; di analizzare se e in quale misura i provvedimenti adottati oltreoceano si sia dimostrati capaci di ridurre i tassi di criminalità e di aumentare la sicurezza urbana; di ricercare quali altri fattori possono aver determinato il progressivo calo del crimine in quel Paese; di esaminare, anche sulla base dell'esperienza americana, quali dovrebbero essere, nel nostro ordinamento, i più efficaci strumenti di contrasto alla delinquenza e quali, tra questi idonei a garantire il giusto equilibrio tra libertà individuali e sicurezza collettiva. Gli autori faranno ricorso a dati statistici e alla letteratura giuridica, economica e sociologica. La ricerca nell'ordinamento statunitense prenderà le mosse dalle strategie di politica criminale ispirate alla c.d. Broken Windows Theory, quella teoria abbozzata da James Wilson e George Kelling in un saggio del 1982, citato dalla letteratura come un lavoro seminale sull'argomento: i due studiosi hanno sostenuto che «in una collettività il disordine e la criminalità sono in genere inestricabilmente collegati in una sorta di spirale ascendente. Psicologi sociali e agenti di polizia sono tendenzialmente concordi nell'affermare che se in un palazzo viene rotto il vetro di una finestra e non si provvede alla riparazione, ben presto tutte le altre finestre verranno infrante. Questo nei bei quartieri come in quelli degradati. Il fatto che gli atti di vandalismo si verifichino su larga scala in determinate zone non dipende dall'indole degli abitanti. E' che una finestra rotta non riparata indica incuria, così romperne altre non comporta niente». Diversi lavori empirici hanno cercato di dimostrare la validità della teoria dei «vetri rotti» proprio utilizzando dati relativi alla particolare esperienza di New York: la riduzione dei crimini più violenti in questa città sarebbe da ricondurre – secondo alcuni studiosi – all'aumento di arresti per contravvenzioni ed in genere alle cosiddette politiche aggressive nei confronti dei reati minori (Kelling, Sousa, 2001; Corman, Mocan, 2005). Ma esiste anche una recente letteratura che, guardando al fenomeno del calo dei reati a livello nazionale, sottolinea invece come tra le cause di questo calo la tolleranza zero svolgerebbe un ruolo marginale se non del tutto nullo (Levitt, 2004; Harcourt, Ludwig, 2006). Si tratterà allora di valutare quale delle due impostazioni risulta più convincente per poi calarsi nel contesto italiano, utilizzando anche gli elementi acquisiti attraverso l'indagine comparata. Innanzitutto verranno analizzate le statiche, ed in particolare il fenomeno del calo dei reati che ha caratterizzato anche il nostro paese: a partire dagli anni '90, infatti, i dati mostrano come sia i reati minori (furti, borseggi, scippi) sia alcuni reati maggiori (omicidi) siano sostanzialmente in calo (Fonte: Ministero degli Interni, Rapporto Criminalità, 2006). Si cercherà poi di interpretare la diffusa insofferenza per la violenza urbana come un fenomeno all'interno di quelli studiati dalla behavioural law and economics, sottolineando come la pubblicizzazione di alcuni eventi e l'attenzione mediatica sui reati minori ne faccia irrazionalmente aumentare la portata nella percezione collettiva e come questo poi si traduca nella richiesta di maggiori e più severi interventi da parte delle autorità (Jolls, 2007; Jolls, Sunstein, Thaler 1998; Sunstein 2000). Infine, si trarranno le conclusioni relative all'individuazione dei fattori sui quali si potrebbe incidere per ridurre le forme di criminalità più temute dalla collettività: emergeranno una serie di proposte alternative alla tolleranza zero nella consapevolezza che «non è ulteriormente possibile sottrarsi alla necessità di cercare una soluzione realistica di governo della sicurezza dalla criminalità al di fuori della illusione della riforma penale» (Pavarini, 2007).

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